RASSEGNA STAMPA

COSA DICONO...

recensioni giulio neri scrittore

I romanzi di Giulio Neri hanno avuto diverse recensioni su giornali e riviste letterarie, sia online che sul classico formato cartaceo.

 

In particolare, il libro A tìe solo bramo è stato recensito da L'Unione Sarda, e segnalato dalla rivista Squadernauti, dalla rivista bimestrale Paginauno, e anche dalla trasmissione radiofonica Incipit di RadioX (96.8).

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Maria Paola Masala su CARTA FORBICE SASSO

L’Unione Sarda, 25/07/2016



Anno 2107, Cagliari degradata è una città fantasma

“Carta forbice sasso”, prosa raffinata nell’esordio del cagliaritano Giulio Neri.

I caratteri minuti, i capitoletti in corsivo, i numeri romani. Sembra uscito da un secretaire dell’Ottocento, questo primo romanzo di Giulio Neri, trentasettenne antiquario cagliaritano. Eppure parla di futuro. Un futuro inquietante, distopico. Edito da Asterios(142 pagine, 15 euro) si intitola Carta forbice sasso, come la morra cinese, dove tutti possono vincere e perdere, e racconta di una Cagliari che ha ceduto il ruolo di capoluogo a Olbia, e diventa alla fine della storia – siamo nel 2107 – un museo a cielo aperto: una sorta di città fantasma, abitata da «tour operator, bidelli eruditi finti artigiani e vigilanti di ogni vetustà ottimizzata». Nel mondo, una Guerra globale in cui jihad, indipendentisti sardi e servizi segreti russi sono alleati contro la Nato. Cuore del romanzo – dal 2037 al 2067 – l’attività di una comunità di volontariato, i Serafini di San Lucifero, che esercita un potere oscuro su una città degradata, e rappresenta il raccordo di una serie di personaggi eversivi ed eccessivi, legati da amore, odio, cupidigia, ansia di autodistruzione.A farceli conoscere, carteggi, blog, diari intimi, piani segreti, lettere pubblicate sull’Unione e suSardus Pater.

 Inquietante, complesso, mai noioso,Carta forbice sassoè scritto con una prosa raffinata.E non è un caso che l’autore sia un antiquario, figlio e nipote di antiquari, abituato a trattare con la bellezza, e con le rovine provocate dal tempo.A pubblicarlo è la stessa casa triestina del Minotauro globale di YanisVaroufakis. Ed è una poesia di Kavafis,La città, a chiudere queste “memorie senza raccordo”. L’ha scelta l’editore,AsteriosDelithanassis, mentre appartiene a Neri quell’esergo che richiama a Salvatore Satta e alla sua Veranda: “Ma una volta non avevi sognato di andare, di andare randagio, e che tutti ti gettassero addosso del fango?”.Già, il fango, che non risparmia nessuno, uomini e luoghi, in questo romanzo fantapolitico che è lente di ingrandimento sull’animo umano, attestato di un generale disordine psicologico, conferma dell’imprevedibilità della vita. Un libro sulle derive: politiche, sociali, umane.Cercarvi eroi non serve. Dice Neri: «Penso che la letteratura offra una grande opportunità di indagine della natura umana, costantemente sull’orlo di un baratro. Scrivere avrà senso finché si avrà il coraggio di non distogliere lo sguardo da questa ambiguità». Lui, che scrive da sempre («per non parlare»), questo coraggio ce l’ha. E il suo romanzo rappresenta una sorta di commiato dalla giovinezza. La consapevolezza che il dramma della vita esplode davvero, all’arrivo della maturità, e solo allora il nostro sguardo cambia. Negli orizzonti di questo cambiamento c’è la storia di ciascuno, e forse, il destino del mondo.


Luca Mirarchi su A TIE SOLU BRAMO

Blow-up Dicembre 2018, p. 186


«Questo paese è noto per i vini fermi, è per un’ospitalità che dispensa pecorino, salumi tagliati a coltello e arrosti maniacali. Eppure, in ormai due mesi Clelia non è ingrassata, anzi, sembra deperire ogni giorno di più. Vaga nei dintorni della piazza con l’eskimo istinto e i pantaloni infilati negli anfibi; si porta dietro libri e sigarette. Passa in biblioteca di lunedì all’apertura e fa scorta di romanzi lunghi. Il primo, Morte a credito, deve ancora restituirlo». Un incipit ben costruito può rivelarci sia l’essenza del libro che sta nascendo, sia quel che non è. A tiesolu bramo, secondo romanzo del cagliaritano Giulio Neri (1978)– il titolo si rifà a uno standard della canzone popolare sarda, Non pothoreposare –non è, innanzitutto, l’ennesima rielaborazione di cliché folkloristici isolani a beneficio di lettori che cercano facili esotismi fuori porta. Non è neppure, nella sua quasi totalità, una vicenda ambientata in Sardegna; ma è da un paesino del Sud dell’isola che prende le mosse, e forse – non è dato saperlo – proprio lì si conclude. La struttura narrativa procede infatti a ritroso nel tempo e nello spazio seguendo le tracce di Clelia Boero, la protagonista assente, la fuggitiva, che ha lasciato tracce indelebili nelle vite degli altri personaggi (ogni capitolo esplora un diverso punto di vista innesta sui precedenti, mostrando nuove angolature dello spettro interpretativo). Clelia, che porta ancora l’eskimo e gli anfibi a più di cinquant’anni, sarà sempre legata a una giovinezza libera ed engagée nella Torino degli anni Settanta, fatta di amori illusioni e cinema d’essai. Clelia che adesso vaga in un paese sconosciuto, fiaccata nel corpo e nello spirito, con un libro di Céline a ricordarle la passione di una vita, la passione per un uomo assente – anche lui – prigioniero per scelta o quieto vivere di un’altra donna, Rajae, reporter di guerra segnata da cicatrici profonde. Segni di un conflitto che dal Medio Oriente deflagra in Europa con gli attentati terroristici in Francia, facendo sconfinare la dimensione intima del racconto nel territorio della grande storia che annichilisce gli uomini, pedine inconsapevoli sullo scacchiere della geopolitica. A tiesolu bramo è un romanzo che indaga la malinconia senza essere malinconico, guarda in volto la morte senza rigettare la forza delle pulsioni, racconta il dolore senza smarrire mai la levità dello scrivere. È un libro raro – che lascia sperare. 


Claudio Bagnasco su A TIE SOLU BRAMO

Squadernauti, Giugno 2019


A tie solu bramo (in lingua sarda voglio solo te), seconda parte di un verso della celebre canzone d’amore Non potho reposare, è anche il titolo dell’ultimo romanzo di Giulio Neri, uscito per Il Maestrale nel settembre del 2018.

La storia narrata da Neri si sviluppa tra Piemonte e Sardegna nel periodo che va dall’agosto 2013 all’ottobre 2016. Principali attori dell’articolata vicenda sono Orlando Mahfuz, anatomopatologo e imbalsamatore nato a Cagliari ma di origine egiziana, e la misteriosa Clelia Boero, cinquantenne trasferitesi da Torino in un non meglio definito paese del Sud della Sardegna.

La passione che lega i due sembra segnata da l'inevitabilità della distanza. Come se l’ossessione di Orlando verso la morte, che si declina non solo nei suoi mestieri ma anche in un continuo vezzeggiamento della fine, si versasse in qualche modo nel suo rapporto con Clelia. Di più: la stessa Clelia, come ogni persona toccata da Orlando, porta in sé i segni della morte. Se nei casi dalla moglie Rajae e del figlio Nadir (un nome emblematico) si tratta solo delle conseguenze psicologiche del rapporto con un uomo egoista, affascinante ma irrisolto, Clelia - probabilmente colei che più profondamente intrecciato la propria vita a quella di Orlando - ne subisce l’influsso in maniera drammaticamente concreta, ammalandosi di un male incurabile.

Clelia pare assumere su di sé anche il peso di una sconfitta generazionale: ex gestrice dell’Alphaville, un cinema d’essai di Mirafiori nel quale peraltro ha conosciuto Mahfuz, in passato è stata vicina alla sinistra extraparlamentare. Di quella tensione rivoluzionaria, alla Clelia cinquantenne non restano che alcuni feticci ormai svuotati di ogni significato simbolico, come l’eskimo, e alcuni vecchi compagni di lotta, come Gabriele che “a quarantanove anni porta i capelli lunghi raccolti in una coda, e la stessa barba a chiazze di quando era ragazzo” (p. 36).

Il romanzo è popolato da una nutrita serie di figure minori, in qualche modo legate al passato o al presente di Clelia e Orlando, che però non sono riuscite né riescono a determinare svolte essenziali nell’esistenza dei due: le lambiscono, tentano di decifrarle ma non vi incidono.

È che ciascuno in A tie solu bramo pare incapace di mettersi davvero in relazione con l’altro. O per l’isolamento del proprio ambiente, che tiene chiusi in una fissità comportamentale e psicologica più tenace di ogni volontà di apertura al mondo, come si intuisce da questa dichiarazione di provincialismo di Alfredo, bibliotecario del paesino sardo, subito sconfessata da Clelia: “– Chi ha sempre vissuto in una grande città non può capirlo. Tutto in provincia è più squallido, opprimente. – A Londra o a Parigi, o a New York, c’è la stessa infelicità. Non si hanno amici, la gente va in analisi, si vivacchia e ci si lagna proprio come qui…” (p. 22).

 Oppure, viceversa, l’impossibilità di disporsi a un autentico dialogo deriva da un eccesso di apertura, dall’aver votato la propria esistenza all’altrove: così è per Rajae, moglie di Mahfuz e reporter di guerra in Medio Oriente.

Ad aleggiare sul romanzo è un diffuso senso di disfacimento, tanto degli ideali quanto dei progetti personali. Esso talvolta è anticipato come da segni premonitori: ad esempio il cinema Alphaville, destinato a chiudere per fallimento, era situato in Corso Unione Sovietica. E di nuovo, al pari della malattia di Clelia, una metafora si fa corpo: Clelia e Mahfuz si conosceranno all’Alphaville la notte di Natale del 1991, un giorno prima della data ufficiale della dissoluzione dell’Unione Sovietica.

È un coraggioso espediente narrativo, il fatto cioè che i dieci capitoli di cui si compone l’opera sono presentati in ordine cronologico inverso, a svelare in modo straniante questo senso di disfacimento: intanto, più si prosegue nella lettura e più la scoperta delle cause di determinate scelte (di cui evidentemente si conoscono già gli esiti) induce a pensare che ogni accadimento derivi da inclinazioni - quando non da ossessioni - private, come l’attrazione di Mahfuz per la morte; non dai rapporti, dunque, scaturisce la vita.

Inoltre, scoprendo poco per volta il passato sempre più remoto dei personaggi, si ha l’impressione che nessun percorso esistenziale sia un progresso, e che le relazioni possono esistere solo per il breve tempo in cui si consumano, come esito della frizione tra due personalità, in cui spesso una contamina l’altra: “Adesso gli sovviene il racconto di Rajae, la crisi suicida Sarajevo, il davanzale per alcuni secondi, eccetera. Doveva averla indotta o quasi istigata, ma nemmeno lei si era spinta a quel passo: – P proprio all’ultimo istante, – gli aveva confidato, – Nadir è apparso come un angelo, – a dissuaderla, a salvarla. Da non credere quanta forza occorre per lasciarsi andare, e quali scuse, poi, si tirino fuori” (p. 185).

E anche il testo di A tie solu bramo, brano cantato, amato e persino inciso da Clelia, esprime in fondo non un amore compiuto ma il desiderio di una persona assente. Come se gli umani sapessero al più struggersi nell’illusione di ciò che potrebbe accadere: salvo poi procurare, le cose che accadono, conseguenze del tutto irrelate ai fatti; conseguenze che, nella loro univocità, assottigliano sempre più il destino. Le vite si colmerebbero di possibilità, sembra dirci Giulio Neri, solo se lo potessimo vivere al contrario. 

Manuela Arca su A TIE SOLU BRAMO

L’Unione Sarda, 27 ottobre 2018


Quando l’amore è la risposta

La seconda, riuscita, prova dello scrittore cagliaritano Giulio Neri insiste soprattutto sul conflitto vita-morte

«Questo paese è noto per i vini fermi, è per un’ospitalità che dispensa pecorino, salumi tagliati a coltello e arrosti maniacali». Il narratore di “Atiesolu bramo”, romanzo di Giulio Neri edito da Il Maestrale, si serve del richiamo a un’immagine stereotipata della Sardegna turistica come introduzione alla storia che si accinge a raccontare. L’efficace strategia dell’incipit, che induce il lettore a credere che percorrerà strade note e già letterariamente battute, è rafforzata da un titolo che accarezza il senso profondo dell’identità sarda. Tratto dalla canzone “Non pothoreposare”, il verso completa un processo di riconoscimento che chi tesse le trame del racconto si adopererà invece abilmente a smantellare. La narrazione, andando oltre ristretti confini, si farà infatti strumento per leggere il mondo e le guerre di civiltà che lo attraversano. Indagherà inoltre l’animo umano. “A tiesolu bramo” non è quindi un romanzo sulla Sardegna, luogo da cui la storia procede e fa frequente ritorno. Il libro, seconda prova di Neri dopo “Carta forbice sasso”, insiste soprattutto sul conflitto vita-morte, tema caro a Céline in “Morte a credito”. Insinua, dove il nichilismo sembra trionfare, la forza risorgente dell’amore o il languore della sua assenza. In questa prospettiva “Non pothoreposare” supera l’occasione antica della composizione e si propone come «canto remoto di un’attesa dietro la natura che sembra dormire e invece veglia nell’oscurità con animali acquattati che bramano, patiscono e muoiono». 

Il lettore ne percepisce il valore universale perché quella melodia s’innalza in un contesto straniante: è voce intima di Clelia Boero. Cinquantenne torinese, vestita di un «eskimo stinto» che testimonia le rivoluzioni per cui ha combattuto, è protagonista della storia, centro di un romanzo corale che ha come prima quinta il paese del Sud Sardegna da lei scelto per un misterioso soggiorno. La sua venuta, enfatizzata dalla contiguità con «la locanda covo di senegalesi, pelandroni gurgugnao mantenuti dall’Unione europea», produce reazioni di sospetto. Fa scattare l’atteggiamento di pregiudizio che la comunità oppone a chi percepisca come estraneo, ancorché non straniero. Orlando, figlio dell’egiziano Mahfuz «il Beduino» e de«Sa bagassa de bidda»,è nato all’ombra di quello stigma. Fulcro di incroci tormentati tra Oriente e Occidente,è anatomopatologo lucido davanti all’interpretazione della morte. Incerto – al pari degli altri personaggi del romanzo – di fronte al più arduo compito di leggere la vita.


Benedetto Vecchi su A TIE SOLU BRAMO
Il Manifesto, 22 agosto 2019

Una donna che trascorre alcuni mesi in un paesino della Sardegna «interna» frequentando la
biblioteca comunale leggendo avidamente i giornali del 1986; un bibliotecario colto, uomo di altri tempi che svolge la funzione di coscienza critica della comunità locale; un sindaco democratico che deve vedersela con un avversario razzista e nostalgico del ventennio; e la fine di una storia d’amore riavvolta dal viaggio della donna fino al punto di svolta di quell’amore adultero tanto intenso da continuare a frequentare i sonni degli amanti quando il rapporto è finito da tempo. Sono alcune delle tante vicende che si dipanano nel romanzo di Giulio Neri (A tie solu bramo, il Maestrale, pp. 215, euro 18) scorrendo nel palcoscenico della grande Storia, quella scandita dalle guerre, dalla fine della guerra fredda, dell’avvio, crescita e declino della globalizzazione liberista.
GIULIO NERI è uno scrittore che alterna il lavoro per accumulare il reddito che gli consente di
vivere all’impegno nella scrittura. Ha già pubblicato un romanzo (Carta, Forbice, Sasso, per
Asterios), collabora ad alcune riviste e siti letterari. Con questa nuova opera si vuol confrontare sul rapporto tra Storia e storie, pescando nella memoria degli anni Settanta, la fine della città operaia torinese, sostituita da un agglomerato di servizi e università con aspirazioni di eccellenza, la guerra del Golfo, la deflagrazione dei Balcani, l’ascesa dell’islamismo radicale. Testimoni e protagonisti sono una donna, che si scopre malata terminale di un tumore, una giornalista, che scambia la ricerca della libertà con la attiva collaborazione con la Cia, il Pentagono e le politiche di potenza degli Stati Uniti, ritenuti il bastione della democrazia nei confronti dell’oscurantismo comunista prima e islamista dopo.
C’È ANCHE un critico cinematografico militante, che introduce i film al cineclub torinese Alphaville in onore del regista Jean Luc Godard che diede quel nome a uno dei primi suoi film. È un sessantottino, che vive alle spalle della moglie, che alle barricate ha preferito la carriera e amori occasionali con altrettanti aspiranti manager di successo. C’è infine, il figlio di un grande vinificatore di origine egiziane, ha coltivato e tirato fuori un vino divenuto una vena aurifera per il suo proprietario.
Un libro scritto bene, ma che corre il rischio di affastellare troppe vicende in una narrazione
polimorfa al punto da diventare una matassa difficile da sbrogliare. La grande Storia non lascia
inoltre respiro. Scorre, travolgendo e dissolvendo tutto. Il Sessantotto è solo illusione, caratteristica che non appartiene alla politica di potenza, che può essere sconfitta ma rimane sempre una cosa seria. Non si capisce perché l’invasione dell’Iraq è cosa da guardare con malcelata attenzione, mentre il Sessantotto merita solo frasi sprezzanti, come quelle messe in bocca a un hacker militante di Anonymous che dice che quell’assalto al cielo era solo parolaio: dovrebbe forse leggere meglio qualche giornale per capire quel che è stato il Sessantotto a livello mondiale.
La successione degli eventi è un riavvolgimento del tempo da quando la donna ha pochi giorni di vita a molti anni prima, quando è iniziata l’esperienza del cineclub e la relazione amorosa con il docente universitario, che è uno noto nel mantenimento dei cadaveri.
CI SONO TROPPE COSE, sicuramente, ma ognuna di esse a suo modo cattura attenzione, come l’infinita guerra siriana che vede coinvolgere giovani attivisti e vecchi marpioni della stampa embedded nel cercare di fermarla e stabilire un ordine regionale più soddisfacente per tutti gli «esterni», perché i siriani rimangono sempre oggetti ai quali applicare ricette politiche e sociali decise altrove.
Rimane sempre quell’amore struggente, che poteva cambiare la vita dei due amanti. Ma la grande Storia ci ha messo lo zampino. E la vita ha seguito percorsi e battuto sentieri imprevisti. Come è sempre la vita.

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